Torino

C’è uno strano mercato, al di là di un viale largo con dei tram in mezzo dal nome Viale Regina Margherita. In realtà non è un viale e non si chiama così, perché per arrivarci ho chiesto indicazioni ad un ragazzo e lui mi ha detto, questa via non esiste, ma esiste il posto che cerchi, e ci si arriva così. Era un uomo molto bello, forse uno degli uomini più belli con cui ho parlato negli ultimi anni, aveva occhi verdi come l’invidia e una busta della spesa piena di arance nella mano destra. In quella sinistra invece teneva quella di un bambino di al massimo due anni, sorridente e col moccolo, motivo per il quale ho chiesto le indicazioni senza coprirmi di ridicolo cercando di fare colpo. Come sempre, è meglio se taccio.

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Comunque, il mercato si chiama Balon, e la o si pronuncia u, per un certo vezzo che hanno i piemontesi di fare le cose di nascosto dal resto del mondo. Fa un po’ impressione, nel senso che prima del coso Regina Margherita c’è una specie di Salisburgo o Trieste fatta di strade drittissime e perpendicolari e caffè letterari e poi c’è un suq. Ma uno di quelli belli, come a Istanbul, dove sai che se guardi bene, se guardi tra le righe delle cose, tra le venature del marmo o i passi in controtempo puoi trovare quel che vuoi, e forse anche quel che cerchi.

In mezzo a questo mercato, o meglio alla fine, dopo la carrellata di etnie e chincaglierie e osterie dove ti servono come se fossi sempre passato di lì e brocanti e vintage hipster (con una oscura passione per il Tirolo), in mezzo o alla fine una caserma dismessa o una mongolfiera, e la scuola Holden Di Scrittura Creativa.

Che poi a me Baricco sta sul cazzo, ma non mi stanno sul cazzo quelli che cercano di imparare a scrivere, ed è esattamente l’unica cosa che riesco a pensare di Torino.

Io sono un’animale, e quasi sempre riesco a trovarmi un senso nei posti in cui sono, pure se non sono i miei. A trovarmi la strada, a riconoscere gli schemi, anche senza comprenderli.

Quasi sempre, ma non qui.

Qui sono solo strade infinite, più dritte del guardo, e per me che son padana nelle ossa non dovrebbe essere un problema e invece lo è. Non ti sai orientare, è tutto lunghissimo che sembra non interrompersi mai fino alla montagne, che incombono distanti come presentimenti.
I bar con le boiserie alle pareti si susseguono ai localini giovani dalle grafiche macroscopiche ed è tutto uguale, e niente è uguale, e son tutti gentilissimi e nessuno è ospitale.

E tu sai che non vorresti essere qui, vorresti essere ovunque ma non qui eppure non te ne vuoi andare, perché Torino è un enigma che ti sfida ad essere diligente abbastanza da risolverlo, è una nostalgia ben confezionata, è una fase di elaborazione del lutto, è un dolore inconferente.

È casa tua, se solo sapessi che casa vuoi.

Nessuno, neanche il deserto, mi ha mai fatto sentire così chiaramente che certe cose non le puoi capire. Ti devi fidare, e se hai paura è solo peggio per te.

Se volete venirci vi darà il benvenuto e poi voi ripartirete e non avrete capito un cazzo e lei si sarà già scordata di voi.

Questo è un posto scivoloso e lento, e io avrei avuto bisogno di qualche anno in più.

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