Le recensioni non richieste di Chiaraldi: Alias Grace

(Netflix – 6 episodi)

Uno dei modi di affrontare il femminismo (e più in generale di discriminazione) è quello di analizzare la sua nemesi: il Patriarcato.

C’è un’entità – non necessariamente, anzi raramente, costituita dalla maggioranza – che decide, letteralmente, su un’altra entità. Ne decide gli usi, i costumi, le possibilità. In arte parole, ne concepisce i limiti stessi di esistenza. È, ovviamente e conseguentemente, un discorso sul “potere”. Un gruppo ce l’ha, in maniera totalizzante, ed è quindi padrone (di sè e dell’altro); un gruppo non ce l’ha, ed è quindi schiavo o sottomesso.

Mettere in mostra il patriarcato è un modo diretto ed efficace di affrontare il problema, soprattutto se e quando il potere è esercitato dal gruppo dominante in modo arbitrario e fortemente ingiusto.

The Handmaid’s Tale, ad esempio, è una storia sul Patriarcato: un Patriarcato distopico e futuro che ha spinto a paletta l’acceleratore della deviazione mentale. Le storie delle ancelle sono sì storie personali, ognuna con la sua sfaccettatura, ma risuonano più forti in quanto parte di un gruppo. Un gruppo sottomesso, sfruttato, schiavizzato, spersonalizzato. Un gruppo che un altro gruppo ha privato della dignità minima dell’essere umano.

È d’impatto, è emblematico, arriva dritto in faccia proprio e soprattutto perché l’ingiustizia è talmente “orizzontale” da non poter essere tollerata dal livello medio culturale occidentale, che in qualche modo e forse anche controvoglia, ha imparato a riconoscere un quid minimo di “diritti umani”, che ci diventano, ormai, imprescindibili.

È un discorso di lotta.

Ma è possibile affrontare il tema anche da un’altra angolatura. Da una prospettiva più personale (e a mio parere più efficace), che si astrae – pur senza prescindere – dal discorso sul potere e affronta la discriminazione nella sua forma più soggettiva: la spersonalizzazione.

Quando si è un soggetto discriminato, non si è mai veramente un soggetto. Si è parte di un gruppo indistinto; a causa di una sola caratteristica – sia essa il genere, la religione, l’etnia, il colore della pelle – si smette di essere un individuo e si diventa soltanto un numero, una parte di un tutto, che da quel tutto non può mai essere distinto, autonomo, diverso (l’importanza della spersonalizzazione, per tenere soggiogata la vittima ed evitare rigurgiti di coscienza nel carnefice, è stata ben compresa dai nazisti, con i loro pigiami a strisce ed i marchi sull’avanbraccio).

In quest’ottica, il femminismo si concretizza non tanto come lotta per scardinare il potere iniquo del Patriarcato dominante. Piuttosto, è un discorso di affermazione; ci si ribella per ottenere un riconoscimento, per essere individuate come soggetti autonomi, coscienti senzienti pensanti.

Grace, magistralmente, racconta per sei ore una storia che vuole solo dire questo: mi chiamo Grace, sono una persona.
Non l’idea che avete voi di me, ma quella che ne ho io stessa. Non un recipiente di quello che pensate dovrei essere solo perché donna, ma quello che sono, che la mia vita mi ha portato ad essere, quello che ho imparato e che non potrò dimenticare, gli errori, le ingenuità, le persone a cui ho dato fiducia. Grace non è, e non pretende di essere, una rivoluzionaria sovversiva che combatte per la libertà. Grace è una persona, e questo sì, lo reclama. Non a gran voce, ma continuando a ricamare paziente.

Ad aiutare l’occhio contemporaneo in questa operazione c’è l’ambientazione storica.

Che agli inizi dell’800 le donne avessero un ben determinato ruolo nella società è una cosa ovvia, che non si discute, ed è trapassato remoto, che non infastidisce né scuote le coscienze. Certo, la rappresentazione visiva e crudele degli abusi subiti dalle donne del passato non è mai piacevole da guardare, ma non ha quella forza dirompente (così presente in Handmaid’s Tale) tale da mandare in tilt cervello e cuore, e distrarre così completamente l’attenzione da Grace Marks, e dal mistero che rappresenta.

Che poi, rimane un mistero fino alla fine, nonostante la curiosità morbosa e l’osservazione scrupolosa di chi le era intorno. La sua storia rimane soltanto sua; anche quando, con lo sguardo inclinato nell’ultimo fotogramma, sembra dirci che oh, non è colpa sua, lei ce l’avrebbe anche raccontata, se solo ci fossimo dimostrati degni di ascoltarla.

Quindi bella, Grace, io ti vedo e ti ho vista. Pure se sei morta da un sacco, spero che conti.

Ciò detto, la serie è fatta molto bene, gli attori sono tutti di livello (tranne Anna Paquin che io però ho sempre odiato e vorrei non vedere più in nessuno schermo, lei è la sua faccia di gomma scomposta), alcune trovate di regia veramente azzeccate, il mistero è avvincente e sono molto bravi a tenerlo tale fino alla fine.

In altre parole può benissimo guardarla come una bella serie in costume e non come la pippa interminabile che ho appena descritto.

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