Le recensioni non richieste di Chiaraldi: Annihilation

Come diceva uno più bravo di me, il dolore (per quanto possa essere l’unica esperienza che veramente accomuna tutti gli esseri umani tra loro) è soggettivo.
Ogni persona che soffre ha la netta percezione, per quanto razionalmente possa essere contemporaneamente certa del contrario, di essere la prima ad affrontare una così grande pena.

Eppure, ovviamente, non è così. C’è qualcosa che accomuna i dolori, un percorso, qualcuno dice siano fasi, qualcuno dice stadi, qualcuno che ha studiato certamente più di me.
Io mi limito ad osservare, e facendolo posso solo dire che questo film mi è chiaramente sembrato, manco in maniera particolarmente velata, un film sul dolore.

In generale
su come il dolore crei uno spazio circoscritto, all’interno di chi se lo porta addosso, che è terreno familiare ed al contempo sconosciuto;
sulle terribili bestie che vi risiedono e sui rari – ma stupefacenti – momenti di pura bellezza che nonostante tutto si possono nascondere nelle pieghe dei suoi misteri;
su quanto il dolore sia in grado di trasformarci, renderci irriconoscibili a noi stessi, spaventarci fino a farci perdere di vista il punto di partenza, il punto d’arrivo;
su come ciascuno di noi possa reggere/reagire quando si trovi a navigarci attraverso (lasciarsi andare/impazzire/perdersi per un momento di disattenzione/trasfigurarsi);
sul faro che è al centro della terra del dolore, su cosa si è disposti a mettere in gioco, di noi stessi, per arrivarci.

Ma più specificamente, è la storia di un tipo particolare di dolore: quello che nasce dalla colpa. Quello in cui la perdita è causata (anche solo in parte, anche incidentalmente, anche solo perché non s’è riusciti a risistemare le cose) da un errore, da una scelta volontaria (o necessaria, o inevitabile): quando è a causa mia, se sei andato via.

Il viaggio di Lena assume così i contorni – simili e diversi – dell’espiazione. E la sua colpa è – al contempo – un fardello ed un carburante in più rispetto alle sue compagne, che le
consente di trovare, nonostante e contro tutto, la porta d’ingresso del faro.

All’appuntamento con il suo destino arriva ibrida, stremata, senza più niente da perdere e quasi dimentica di quello che c’è da guadagnare. Dentro alla stanza del dolore, ovviamente, ne trova la causa e l’oggetto: per poter sopravvivere è costretta ad affrontare la sofferenza che lei stessa ha inflitto a chi un tempo ha amato. Ad osservare impotente il deflagrare della pena che lei ha causato.

Dopo, dopo solo una danza: tra la lei che c’era prima e lei che è nata dalla colpa. Forse è una lotta, ma chi siamo noi per giudicare.

Qualcuno esce da quel faro, qualcuno cammina sulla spiaggia, poi. E non è nessuna delle due, è qualcuno di nuovo e iridescente. Non ancora intero, certamente non qualcuno che sa chi o cosa è.
Pur tuttavia, vivo.
E in via di guarigione.

Ovviamente, le allegorie non sono una cosa che piace a tutti, perché, a loro modo, si tratta di una finzione nella finzione. Di una disonestà, se volete, di chi racconta una storia volendone, in realtà, raccontare un’altra. E – su questo siamo d’accordo – qui non c’è nessun Dante all’orizzonte.

Per questo, non è un film che piacerà a tutti e molte delle critiche che sono state mosse sono, peraltro, a loro modo condivisibili.

Questo, tuttavia, non lo rende meno bello.

5 Comments

  1. wwayne

    La sceneggiatura di questo film ha fuso una serie di topoi tipici del cinema horror e fantascientifico:

    – l’entrata in un bosco inquietante e minaccioso, topos inaugurato da The Blair Witch Project e ripreso poi in mille altri film (come il discreto Jukai – La foresta dei suicidi);

    – il body horror, sottogenere dell’horror inventato da Cronenberg e basato sui corpi umani che diventano sempre più mostruosi via via che va avanti la storia;

    – il concetto di final girl, per cui all’inizio ci sono tante donne minacciate da un killer o un mostro, e alla fine solo la più intelligente e audace sopravvive (forse il miglior film basato su questo topos è “I corpi presentano tracce di violenza carnale”).

    In più Garland riprende anche il mito di Apollo e Dafne, nella scena in cui il personaggio di Tessa Thompson (figone intergalattico) sceglie volontariamente di trasformarsi in albero. Avevi fatto caso a questi particolari?

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    1. chiaraldi

      Grazie mille per la segnalazione, molto interessante. Io trovo che i difetti del film sembrino più evidenti se lo si accosta a un “genere”, sia esso lo sci-fi, l’horror, o l’alien encounter, mentre si perdano un po’ se lo si lascia essere una allegoria. Però – ovviamente – non sono assolutamente un esperta di cinema, quindi mi rimetto a chi ne sa più di me.

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