Impegni

Una volta ho chiesto ad uno se voleva che andassimo insieme a bere un caffè.

In risposta ho ricevuto uno spreadsheet di Google alquanto complesso. Sembrava un Mondrian, se Mondrian fosse nato nel ’91 ad Harajuku. Mezz’orette rischiarate da colori invitanti, pattern rassicuranti a darmi il senso della pienezza di una vita.

Evidentemente non gli piacevo più di tanto.

Come che sia, mi par che gli impegni siano la abbronzatura dell’aristocrazia millennial.

Una volta le signorine per bene non prendevano il sole per non dar l’impressione di lavorar nei campi; ora è necessario avere sempre qualche impegno in programma, per non sembrare poveri, da qualche parte, di qualche cosa. Non serve neanche che siano impegni importanti. Basta che ci siano, inchiodati al loro idoneo orario dall’etichetta appropriata: cambiare l’olio alla macchina [filed under: HomeSweetHome]; corso di HulaHop Acrobatico [filed under: Benessere]; pranzo con mamma [filed under: BravaRagazza].

Più impegni hai, più vivi. La scala del successo neocalvinista è tarata sull’obesità della tua agenda. Ogni impegno ti traghetta verso il successivo, in un ondeggiare rassicurante di piena, ora dopo ora e fino a sera, quando si può essere meritatamente stanchi e la notte arriva a ristorare. A portar quiete, ad addomrentare. Senza far paura.

Io non riesco a rapportarmi con le parole cacofoniche, soprattutto se onomatopeiche. Tra queste, ad esempio, la parola impegno.

Non si pronuncia, si borbotta. Sembra una donna grassa, ma non per costituzione: per incuria. Una donna grassa che ha speso tutta la sua eredità in macaròn e cinnamon rolls, ed eccola qui, su una strada polverosa e stropicciata dal caldo di Las Vegas, a dare in pegno il suo anello di nozze. Chissà se era magra, prima di sposarsi. Chissà se è mai stata giovane.

Gli impegni mi irrigidiscono.

Restano lì, ad osservarmi, come cappotti a ciondolare da un attaccapanni.

Soprattutto all’alba, quando la luce intorpidita dell’autunno spoglia il sonno dai sogni e lo trasforma in veglia, lentamente e senza fretta mi si parano davanti come martiri davanti al plotone. La giornata a venire si mette a fuoco nel controluce della coscienza.
Normalmente, e banalmente, non ho voglia di viverla.

All’alba gli impegni sono vuoti come il suono del loro nome.

Sono solo sciarade, specchi per le allodole, mattoni gialli con cui lastricare le ore per darmi una parvenza di senso, di urgenza, di necessità.

Sono le scuse per alzarmi in piedi, la mia patente di funzionalità.

All’alba, il resto del giorno mi pesa addosso come un abbonamento annuale in palestra.

E piangerei, se servisse, o non farei niente, se potessi.

Ma poi la sveglia suona ed ho da metter su il caffè, i toast da imburrare, le merende da preparare. E tutto si scivola addosso, procede sferragliando con un rumore di fondo, come il fanale a dinamo sulle biciclette, che mi ricorda quando avevo 16 anni e correvo a casa alle 7.30, sempre in ritardo, con il cestino che saltellava sui ciotoli duri che coprono il seno a questa strana città. Tutto procede e facendolo acquista una dolcezza, se non proprio un significato.
Quantomeno, una forma di famigliarità. Come un piccolo dolore conosciuto. Come una sindrome premestruale.
Il giorno è un mantra, che si snocciola da solo, senza fatica. Quasi.

Almeno fino ad ora, all’ultima sigaretta prima di dormire. Quando le cose si sfilacciano, e il niente è talmente vicino che si fa quasi toccare.

Adesso, e per tutta la notte, è il momento in cui sento scricchiolare il castello.

Adesso è l’ora in cui ho paura dell’alba.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...