Finale Emilia

Ieri stavo guidando verso Finale Emilia, che è un posto lontano da tutti gli altri posti. Sta sdraiato lì, al centro del suo mondo ed equidistante dalle città vicine, in quel modo molle e sonnacchioso che riescono ancora ad avere alcuni paesoni dislocati – come macchie su un leopardo – negli interstizi più selvatici della bassa padana.

Oltrepassato Poggio Rusco, quando cominci a sentirti avvolto dall’ineluttabilità della pianura intorno come dalle spire di un serpente, ho chiesto ad alta voce: come è possibile abitare qui?
Che, ovviamente, è una domanda completamente malposta, come tutte le domande che si fanno quelli che ,privi di qualsiasi vero interesse a capire, cercano nel mondo (e negli altri) indizi sparpagliati per confermare sostanzialmente tesi che già hanno.

Come mai hai scelto di vivere qui (o non te ne sei andato, se ci sei nato)? Avrei potuto chiedere, se fossi ancora capace di fare domande alle persone che non sono io. E avrei sentito racconti di famiglie, di origini e radici, di granoturco o imprese edili, di tradizioni e di stupore, e alla fine probabilmente mi sarei sentita sciocca, perché mi sarei resa conto che anche questa è una domanda sbagliata, è la domanda di un forestiero.

Meglio ancora, riuscirei mai vivere qui? E la risposta – parlandomi di quello che ritengo essenziale avere a portata di mano e, conseguentemente, delle cose di cui posso fare a meno, mi avrebbe insegnato qualcosa sull’unico argomento che posso davvero conoscere (cioè me stessa) perché tutti sanno che a determinare chi sei per davvero non sono tanto le cose – o le persone o le strade o le idee – che scegli, ma quelle a cui scegli di rinunciare.

Questo avrei dovuto fare, ma c’era un tramonto stupendo e io mi sono distratta, e poi era già tardi e alla fine dormivo. Mi è venuto in mente soltanto oggi, mentre stavo uscendo dal lavoro.
Seduto in una punto bianca molto vecchia c’era un uomo molto vecchio che faceva delle parole crociate, tendendo la Settimana Enigmistica sul volante. C’erano ancora almeno 30 gradi, la macchina era parzialmente al sole, parcheggiata perfettamente in un posto blu. Il finestrino del guidatore, soltanto quello, era abbassato.

Mi è sembrata una cosa insolita, come vivere a Finale Emilia.
Talmente insolita che mi ha reso felice, perché sapevo che camminando verso casa avrei pensato al vecchio nella sua macchina, a quanto una cosa che per lui era evidentemente normalissima a me era sembrata così assurda e avrei trovato dei ritagli di parole a fiorirci intorno, e avrei scritto e poi avrei riletto quello che avevo scritto e l’avrei trovato interessante o l’avrei riscritto fino a trovarlo interessante, e poi sarei stata bene.

Ero a mio modo – felice – di quel vecchio in macchina e di quello che, per dieci secondi o una vita intera avrebbe rappresentato per me.
Che è una cosa che su una scala della tristezza si colloca più o meno al livello di dare un nome alla propria bambola gonfiabile e realizzare di essersene innamorati.
A parte il fatto che se dovessi dare un nome ad un vibratore sicuramente sarebbe Ferdinando, il punto è che la creatività è un po’ questo, no?

Una parte è eccitazione dell’ego: uno crea qualcosa perché gli altri dicano che è bella, perché gli altri dicano “che bravo”, perché il mondo ti riconosca un posto. Se spingi questa parte diventi un influencer, e sei contento ogni volta che Salvini dice una stronzata perché così puoi essere quello che di quella stronzata scrive il commento più intelligente, più spinoso, più ficcante.

Una parte è autoerotismo: uno crea qualcosa perché l’atto della creazione in sé soddisfa un bisogno ancestrale, è una cura alla malattia dell’esistenza, è esistere, per qualche istante, oltre e all’infuori di sé. Se spingi questa parte diventi un amatore, e trasformi la tua casa in un tempio e il tuo spazio in reliquiario. Non necessariamente aperto al pubblico.

Una parte è talento, ed il talento è niente senza disciplina.

Se mischi le tre cose, e sei fortunato, e non ti sei sbagliato a guardarti dentro e fai quello per cui sei nato e non necessariamente quello che ti viene più facile, e se l’universo lo concede allora forse puoi sperare di fare arte.

A quel punto, qualcuno potrebbe ritrovarsi in quello che fai, e allora la tua esistenza smette di essere rilevante in senso assoluto. Non importa più se l’hai fatto solo per trovare qualcuno da portarti a letto o perché spinto da un bisogno irrefrenabile, non importa se lo sai o non te ne accorgi, non importa se sei triste o se non trovi un senso, nel momento in cui qualcuno si ritrova in quello che fai tu – che lo voglia o meno – ti sei ritrovato spezzettato nell’aria, come il polline dei fiori, come quando a primavera, nella mia città, le strade si riempiono del cotone dei pioppi, come la polvere delle stelle tu sei in tutto il resto delle cose.

E sarebbe davvero un bel posto in cui stare.

5 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...