La stanza delle gocce

C’è un posto a Tokio, potrebbe essere un museo o anche una sala giochi o un cimitero di sogni non so bene, in questo momento per me l’esistenza di Tokio come entità non è che sia proprio concreta, diciamo. É come un’idea, o l’abbozzo di un’idea, che mi arriva al cervello dalle Instagram stories di Mike. Che è come dire che sento freddo perché a Londra piove ora. Chissà se a Londra piove, ora.

Come che sia, in questo posto c’è una stanza, o più di una stanza non era chiaro dalle immagini, diciamo che c’è un luogo pieno di gocce di plastica. Si alzano dal pavimento, cioè scivolano via dal pavimento: sono tutte al contrario, come se il pavimento fosse il soffitto e il soffitto fosse di una grotta e sul soffitto della grotta avessero iniziato a formarsi gocce di condensa; di diverse dimensioni, alcune piccole e grasse, altre gravide e pesanti, allungate fino quasi a staccarsi, esattamente come fanno le gocce vere, che mi sembra sempre si salutino con un bacio, quando cadono.

Sembrano bianche, ma illuminate dall’interno con luci colorate verdi blu e rosa intenso, e le persone ci camminano attraverso sfiorandole con le dita e quando arrivano sotto quelle più grandi si fermano e guardano in alto, i volti illuminati dalle luci colorate, in uno stupore come di bambini. Ci sono anche bambini, credo, piccoli bambini nipponici coi capelli a scodella e la mascherina antigas.

Mi è sorprendentemente facile, in questo momento, chiudere gli occhi ed essere a Tokio nella stanza delle gocce. È una qualità che ho sempre avuto, quella di vivere più facilmente se sto nella mia mente.

Mi fermerei sotto quella più grande e ti terrei per mano, fermo al tuo posto ed il tuo posto è al mio fianco tutte le volte che sogno, soprattutto quando non sto dormendo. Ti terrei puntato alle mie spalle, come le virgolette che aprono un dialogo, come un segno minore che mi spinge il petto, e girerei l’aria tra le dita della mano sinistra come se nell’aria ci fosse qualcosa di vivo e morbido, come faccio spesso quando sono sovrapensiero, fino all’arrivo della luce blu. Solo sotto la luce blu mi girerei a guardarti fisso negli occhi, che sono sempre di un colore diverso, ogni volta che ti sogno, soprattutto quando non sto dormendo. Ti metterei le dita in bocca, perché i baci sono finiti, sono passati di moda come la continenza finanziaria e la musica rock, solo le gocce quando cadono si possono baciare ed è sempre un bacio di addio. E dietro alle dita probabilmente scivolerei anche io, tutta intera, nella tua bocca, fino a diventare inafferrabile e persistente, come le parole che non sappiamo dirci, mi sistemerei nel tuo ipotalamo e da lì potrei controllare quando dormi, quanto ami, quasi tutto di te. Dal tuo ipotalamo ti strapperei l’anima a morsi, che poi è quello che faccio sempre alla fine, forse sono un vampiro, forse per questo invecchio lentamente.

C’è una musica nella stanza delle gocce, o almeno c’è per me, ed è densa e vischiosa come il fumo dell’ultima sigaretta che mi concedo prima di dormire, seduta sul cesso del bagno di mia figlia, come questa sigaretta che sto finendo adesso e mi ricorda

che la finestra è aperta e fuori è freddo

che intorno al freddo non c’è Tokio ma un tristanzuolo paesello padano

che lo specchio di fronte dice: hai una faccia sbattuta, è meglio se smetti di bere

che quasi niente in effetti importa, basta chiudere gli occhi ancora un altro po’

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