2.22 am Buenos Aires

Sono le due e ventidue del mattino, cammino da sola lungo Corso Buenos Aires. Le vetrine illuminate e vuote sono ridondanti e leggermente insensate, come avere una coscienza politica in Italia nel 2018.

Alla fermata di Lima c’è un ragazzo di circa vent’anni, vestito da trapper. Sta seduto sul primo gradino, circondato da confezioni aperte di giochi in scatola. Ci sono carte, pezzi di plastica, segnaposti colorati sparpagliati ovunque. Calpesto una pistola piccola di latta, la raccolgo e gliela allungo. Lui mi sorride, dice: mi servono solo i dadi. Io annuisco, come se capissi.

Ci sono tante cose che non capisco. Ad esempio, mia figlia passa molte ore di veglia a guardare video su YouTube. Ha avuto diverse fasi: prima erano video di gente che tagliava con le forbici diversi tipi di anti-stress gommosi, riversandone il contenuto su un piattino. Poi, video di gente che tagliava con un coltello diversi tipi di sapone. Ora sono video di ragazze giapponesi (o Koreane) che mangiano cibo facendo rumore.

Che in effetti è surreale e leggermente inquietante, a pensarci.

Come potrebbe apparire anche la mia vita, se uno la mettesse per esteso, surreale e leggermente inquietante. E a volte mi ci sembra pure a me.

Poi però si appalesano altre volte, altre notti, notti come questa in cui tutto sembra possibile – o almeno verosimile – e le scelte non sono più casuali ma causali, come se ogni cosa fosse succeduta a quella precedente solo per portarmi qui, a reinventarmi una volta ancora, a ricompormi una volta ancora, a riscrivere ancora una volta i contorni di quello che potrei essere, domani.

Nel finale di Hurt dei NIN, un Trent Reznor agonizzante si urla addosso: se potessi ricominciare daccapo non mi perderei, troverei il modo di non perdermi. È questa una delle cose che mi ha più terrorizzato, nella vita. L’idea di svegliarmi una mattina e non riconoscere più il riflesso nello specchio. Guardare tra le righe delle rughe per scoprire di essermi smarrita o peggio, dimenticata.

E ora, che è notte e i netturbini lavano la strada e la strada è deserta, ora, in uno dei rari momenti di chiarezza che a volte mi sorprendono io lo so, che per quanto strana o surreale possa essere (io e tutto quanto ho intorno), tuttavia non mi sono persa.

So chi sono, e a volte basta.

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