Antistoria del Risorgimento

I Tribunali sono edifici vivi, che ti cambiano sotto gli occhi mentre ci cammini attraverso. Anche i più nuovi: un giorno nel corridoio di sinistra c’era una cancelleria e ora c’è il bar, dietro alla Procura è spuntata una torretta a due piani con un ascensore esterno in plastica trasparente, i giudici li han tutti spostati nelle aule lontano dal cortile, e via dicendo. Problemi di sicurezza, di spazio, di vita che evolve e niente al mondo sta più al passo con la vita di un Tribunale. Nemmeno un ospedale.

Per questo e manco a dirlo, sono luoghi che mi piacciono molto.

Il mio preferito è e resterà sempre quello che per primo ho conosciuto, che è anche uno dei più grandi e complicati di questo paese: il Palazzo di Giustizia di Milano.

Mi ricordo la prima volta che ci sono entrata, per andare all’ordine a iscrivermi alla pratica forense, e visto che io non mi ricordo mai molto, è evidente che questa cosa è importante e significativa.

Mi ricordo l’odore di ansia e polvere, la luce sui marmi dello scalone di Porta Vittoria, mi ricordo lo sgomento e la vertigine. Come quando ti ho guardato la prima volta, come ogni volta che ti guardo, ancora oggi, mannaggia a me che morirò cercandoti.

Comunque.

Come spesso mi capita, ho sviluppato in brevissimo tempo una affinità/dipendenza con quella cosa esistente anche se non viva. Forse proprio perché era austera e imperscrutabile e tragica, forse per sfida; perché io non sono competitiva ma mi piacciono le sfide: non per vincerle, per l’adrenalina.

Ero l’unica, infatti, tra i praticanti di studio che ci andava volentieri, per fare le cose di cancelleria.

Mi piaceva prendere il tram da corso Magenta – quello né vecchio né nuovo, quello di mezzo, alto, coi seggiolini di plastica – e sedermi tra le vecchie e i cinesi, con la mia borsa di pelle piena di atti e notifiche. Guardavo fuori dai finestrini appannati, pensavo alla strada da fare, al modo più funzionale ed energicamente meno dispendioso per portare a compimento tutti gli impicci e mi sentivo in qualche modo importante.

Mi piaceva entrare, con il tesserino, chiedere le indicazioni al signore barese che faceva (fa? Chi può dirlo) l’usciere, farmi dare il piano e il numero della stanza che cercavo: poi inevitabilmente, perdermi. Almeno all’inizio, nei primi sei mesi. Ci sono ascensori, lì, che arrivano solo fino al 4 piano. Poi devi uscire, fare tre corridoi e trovare le scale per andare al sesto. Ci sono scale dietro alle porte semi chiuse, scorciatoie. Ci sono corridoi pieni di gente, avvocatini impacciati di provincia, professoroni impellicciati disturbati dalla gente, gente – comune – che cerca di capirci qualcosa, le gabbie e gli imputati con le mani ammanettate dietro la schiena coperte dalle giacche, giudici imperscrutabili e cancellieri, montagne, montagne di fascicoli e carta, tutti insieme ammassati nelle stanze strette, claustrofobici gironi infernali, senza senso o cognizione.
Ci sono corridoi deserti, dove non passa nessuno tranne chi si è perso, una volta ho sbagliato a voltare un angolo e c’era un mitra ed un militare con la faccia truce che mi ha detto non puoi stare qui. Ci sono angoli che se li giri il soffitto si allarga interminabile, la luce entra dalle finestre sporche e in mezzo ai viviavai vedi la testa della statua, sfigurata dalla merda dei piccioni, e pensi che vorresti essere uno scrittore per rendere giustizia a lei, alla Giustizia che rappresenta, alle formiche che la circondano, alla verità e alla sua ricerca e a tutto quello che sta in mezzo.

Mi piacevano le file interminabili e i pettegolezzi, mi piaceva quel senso costante di brusio. Come un alveare scomunicato dove non ci sono api che lavorano all’unisono ma cimici che sbattono contro i vetri in un lieto panico misto a forza di volontà. Come un mutamento costante ed entropico, come chi ha esagerato e non riesce a non cambiare continuamente la gamba d’appoggio, spostando il peso. Destra, sinistra, destra, sinistra.

Io nuotavo in quelle vene di carta e burocrazia, e non vedevo un mostro, non l’ho visto mai; solo il riflesso di una città intricata, in cui tutto è accatastato e veloce, pretendendo dalla sua stessa velocità che sia una questione di funzionalità, quando è ovvio che si tratta di pazzia. Milano che è talmente multiforme che è come se non esistesse. Che è sempre e solo l’idea che ti sei fatto di lei.

Comunque, questo per dire che uno dei quattro ingressi del Palazzo di Giustizia di Milano è da via Manara, che è il cognome del sig. Luciano.

Di Luciano Manara, della sua vita e del perchè han dato a lui il nome della via laterale del Tribunale, io – che son ignorante – ignoravo l’esistenza. Ho pronunciato il suo cognome per anni, e non ho mai pensato di chiedermi se aveva un nome, e a chi corrispondevano entrambi.

L’ho scoperto stasera, leggendo questo. Che è una lettura piacevolissima, oltre che quasi necessaria, in questo momento storico in cui tutti parlano d’Italia e nessuno si pone il problema di cercare di capire cosa sia.

Capisco che non sia forse il modo più efficace per farlo, ma io non sono stata efficace mai: quindi ve lo consiglio.

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