Lettera ad un poeta

Egr. Dott. Ladolfi,

noi non ci conosciamo personalmente, e questo è il motivo per il quale mi trovo oggi a scriverle questa lettera, invece di parlarle al telefono. Se fossimo stati amici – mi creda – io l’avrei fatto già stamane. Lei si sarebbe svegliato con un mio messaggio di urla furibonde e strepiti aguzzi, e se fossimo stati amici, se lo sarebbe persino aspettato.

Quindi avrebbe riso, allontanato il telefono dall’orecchio a causa delle mie urla, immaginandomi arrabbiata, con i piccoli pugni che mi ritrovo lanciati in aria e la vocetta isterica. Presumibilmente avrebbe aspettato qualche ora a richiamarmi – perché a volte è opportuno farmi sbollentare come i pomodori prima della conserva – ma poi l’avrebbe fatto, mi avrebbe richiamata, e io avrei urlato (ma con meno aceto tra i capelli) e lei mi avrebbe detto, dai vediamoci, e io avrei detto ok e dall’assenza di acciaio nella k finale lei avrebbe certamente dedotto che le volevo ancora bene, e quindi ci saremmo trovati davanti ad un caffè, un gin tonic, una pastasciutta, un non so che, per dirimere la questione e parlarne fino a mattino.

Purtroppo, amici non lo siamo (o non lo siamo ancora; e quello che separa il non dal non ancora, lo diranno il tempo, le circostanze e la storia). Quindi eccomi qui, a dirle che:

mi ha fatto arrabbiare.

Un bel po’ arrabbiare.  In particolare, il suo articolo “La triste stagione dell’arrogante dilettantismo poetico“, mi ha fatto veramente arrabbiare, già dal titolo guardi.

Riassumiamolo.

Casus belli è l’intervista rilasciata da Simone Savogin a Severino Colombo su La Lettura: partendo da un paio di affermazioni fatte da Simone, lei individua un problema che riguarda: misura, pretese, consapevolezza.

Ma non tanto di Simone eh. Non è che lei stia dicendo: Simone Savogin è un po’ un cucù perché ha scritto e detto questo e quest’altro, anche perché in quel caso sarebbe stata una faccenda tra voi due, come quando litigo con mia figlia che mi viene a rubare il bagnoschiuma dalla doccia, una roba da decidere voi se risolverla o meno, una cosa comunque estranea a me, prossima ma non personale.

E invece no. Lei allarga proprio il discorso a praticamente tutti, tutti quelli che performano poesie o partecipano ai Poetry Slam, o addirittura possiedono un profilo Facebook o Instagram, in un’ondata talmente generale e generalista da includere anche la sottoscritta.

Secondo la sua tesi, infatti, la micidiale combinata di:

nuove tecnologie sociali + sdoganamento del verso libero

ha contribuito a partorire una specie di chimera o meglio: un orrendo golem, incosciente, insipido, irrilevante (forse persino peloso, s’azzarderebbe a dire qualcuno). L'”acapista”. Che è proprio un bel nome, questo devo riconoscerlo.

Già dal nome infatti, uno se lo figura l’Acapista – nullafacente e avvinazzato – giovane disdicevole intento a vomitare versi di sconcertante banalità in faccia ad annoiate ragazze mezze nude, seduto sul bordo di una promiscua piscina di un resort che una volta si poteva definire di lusso, sulla costa pacifica del Messico. Ed è – infatti – proprio così che ci campa, l’acapista; vuoto di qualsiasi cosa, esso si trascina viscidello e verminoso nei vicoli scrostati di certe pagine Facebook con l’unica qualità, se così si può chiamare, d’aver a suo modo padroneggiato l’infima arte dell’accattonaggio compulsivo di likes emozionali.

È, per lei, Simone Savogin un acapista?

Boh, non è che si capisca tanto bene, certamente è un dilettante e per questo, arrogante. E lo è non già per via di un curriculum anoressico o altre manchevolezze accademiche. È dilettante perché se lo dice da solo: “L’idea è di arrivare a più persone, non autoghettizzarsi, e neppure scrivere per i “lettoroni” della “poesiona”. Non sei tu a dare valore a quello che scrivi, lo dà chi legge o ascolta, sono loro a decidere”. E in più, non pago, aggiunge: “non mi sono mai definito un poeta, ma ho delle cose da dire”.

Ora, credo che questa sia stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso, vero?

E forse non ha neanche tutti i torti, immagino che lei si sia un po’ sentito colpito da quelle virgolette, le virgolette fanno un po’ male. Solo che – invece di andare a chiederne conto a Simone – diciamo prosaicamente che, a questo punto, sbiella.

Perchè, lei ci dice: la poesia è una roba difficile. È una roba di sacrificio, confronto, studio, correzione, precisione. Non è roba da pressapochisti. Savogin, non solo non si capisce cosa faccia della sua vita se non andare a vincere campionati nazionali di Poetry Slam, ma non contento ha pure attirato l’attenzione del mostro mediatico su una cosa che LUI potrà anche non chiamare poesia, ma voi sì, voi nelle accademie sì che la chiamate poesia, e ci avete perso fatica, e ci avete perso anni ed ora, metti che ci girano i soldi, che si fa ora di voi?

E non è una domanda peregrina, Dott. Landolfi, non è mica una domanda peregrina.

Solo: bastava porla.

Invece lei non pone domande. Proclama, e lo fa in un modo apodittico e categorico e – anche, mi perdoni – scientificamente scorretto.  

Ci sono proclami che mi hanno fatto scattare i nervi, altri che mi hanno profondamente rattristata. Ci sono, poi, questioni su cui invece credo che lei abbia ragione. In realtà, potrebbe averli già intuiti ma, dal momento che la comunicazione nel mondo dei social non è facile, glieli espongo bene benino. O vabbè, se proprio non ben benino, diciamo al meglio che posso:

1) Io Savogin ho avuto il piacere di conoscerlo, e quindi su questo potrei essere un po’ più suscettibile del dovuto, PUR TUTTAVIA, lasci che le dica che:

è certamente possibile criticare l’opera creativa di un artista, anche con parole aspre e dure, anche con le parole più aspre e dure mai proferite, anche con parole talmente aspre e dure da essere rimaste incastrate presso Dio, al principio.

Non è possibile, anzi è proprio sbagliato, dare un giudizio critico (anche laddove questo fosse positivo) sull’opera creativa di un artista PRESCINDENDO DALLA SUA OPERA.

No, dai, no.

Non si prescinde dal testo.

Se si vuole dire che uno è un dilettante, facilone, accalappiatore, Acapista o apericena che sia, se si vuole dire qualsiasi cosa dell’opera di un artista s i p a r t e d a l t e s t o. Si prende il testo di Savogin e lo si analizza e si dice, guarda questa roba fa schifo Savogin, fattene una ragione.

E invece niente viene completamente bypassata, l’opera poetica di Savogin Simone – Poetry Slammer.

Ma non solo la sua. Sorvolando agilmente sul “CHE COSA”, lei getta discredito su un’intera categoria. Lei ha una considerazione altamente negativa dello strumento della performance, dello slam. Talmente negativa da considerarla assiomatica, e da farne addirittura discendere alcuni corollari: che il Performer (proprio in quanto tale) DEVE PER CIO’ ESSERE superficiale, improvvisato, dilettante, alla ricerca di successo e visibilità a tutti i costi ed ignorare certamente la metrica.

A causa dell’essere Performer.

Il Poetry Slam, la televisione, il social network (che boh, Simone lo usa pochissimo, ma credo sia ininfluente) sono, nell’universo da lei così efficacemente descritto sulle colonnette dell’Avvenire, dei veri e propri Peccati Originali, sono buchi neri che assorbono – nel silenzio agghiacciante del nulla – le parole di Savogin Simone, poeta, rendendole assolutamente inconferenti. E trascinando nella sua critica, a valanga, tutti coloro che hanno mai pensato di performare un proprio testo in uno Slam.

Ecco, guardi, questa cosa mi ha fatto arrabbiare.

Mi ha fatto arrabbiare più di tutto, perché è un errore metodologico quasi imperdonabile, in un articolo che si pone dalla parte dell’accademia, della scienza poetica, dell’autorevolezza.

2) C’è poi un’altra questioncina epistemologica.

I social network, la performance, il Poetry Slam hanno elementi in comune: sono veicoli di divulgazione della parola poetica.

Quindi: il testo poetico viene composto dal proprio autore che – POI – avrà la possibilità di scegliere la modalità con cui intende divulgarlo. La storia ci ha dato tanti esempi: qualcuno ha lasciato tutto ordinatamente raccolto in scatole da scarpe sotto il proprio letto, qualcuno usciva per strada e salmodiava incessantemente, qualcuno scriveva le proprie parole con la china sulla schiena delle prostitute, qualcuno le ululava alla luna nuova.

La maggiorparte, tuttavia, propende per una delle due: lavorare sul testo esclusivamente scritto, ovvero passare (anche) alla performance. Se lo chiedesse a me, le direi che non c’è mutua esclusività, tra le due ultime scelte, ma la mia opinione – è acclarato ed implicito – non vale granchè.

Il Poetry Slam è un escamotage, un contenitore rodato – quello che si chiama “format” – che i diversi poeti performer utilizzano per creare, alla fine della serata, uno “spettacolo” che è – in sè – un’opera d’arte, unica ed irripetibile. Grazie ad alcuni accorgimenti, migliorati nel corso degli anni dalle anime belle e dai professionisti che ci hanno gravitato attorno, consente di far restare per pressappoco due ore un numero variabile di persone sedute ad ascoltare brevi performance poetiche, sommandole una dopo l’altra, e consentendo l’ingresso attivo del pubblico mediante il meccanismo del voto.  

Fine.

IN QUESTO ORDINE. Prima viene la creazione dell’opera poetica. La decisione sulle modalità di divulgazione è necessariamente, ontologicamente, successiva. Se l’opera poetica è valida, è valida a prescindere dalla forma di divulgazione scelta dal poeta. Vero è, tuttavia, che chi sceglie di performare il proprio testo deve aggiungere qualcosa. E mi creda, si tratta proprio di aggiungere, non di togliere. È una diversa caratteristica, parallela – se vogliamo. È qualcosa che si trova da qualche parte dentro, talmente in fondo che andarlo a cercare è difficile e spesso pauroso.

Al contrario: lei sposta il patatrac esistenziale già al momento della creazione dell’opera poetica, presupponendo che il “Poetry Slam” (una specie di malattia contagiosa ed incurabile) vada a incidere sull’atto creativo stesso, anzi, lo vada ad infettare indelebilmente. E che per ciò, per il fatto stesso che l’idea di poesia sia stata generata in contaminazione con quella di Poetry Slam, essa sia marcia dentro. Marcia al punto che l’opera generata con tale stigma deve per forza essere talmente priva di valore da non meritare nemmeno di essere letta. O ascoltata.

Questa cosa mi ha reso triste.

Mi ha reso triste perchè implica una chiusura, la rovina di un ponte, implica come che io me ne sto sull’Île de la Cité e la guardo, dall’altra parte della Senna, a Saint Germain, e lei mi guarda a sua volta ma non mi saluta con la mano, come se non ci fosse più il Pont Neuf cosa farebbero gli innamorati senza i ponti sulla Senna, senza Parigi, senza me e senza lei, guardi io non amo i fiumi senza ponti, o le persone senza dialogo, o i poeti senza amore.

Questo mi porta a

3) le cose su cui credo abbia ragione.

Ci sono istanze, che lei pone in modo – mi perdoni  – un po’ confuso e un po’ in mezzo alle altre che fanno arrabbiare e rattristare e risucchiano l’amore, però queste istanze non possono essere liquidate con un cenno veloce della mano sul sopracciglio, come un cavallo scaccia via una mosca nel caldo soffocante d’agosto.

Anzi, noi tutti dovremmo rifletterci seriamente.

L’uso dei social network, per iniziare. Dove finisce la legittima divulgazione e promozione della propria opera (immagino che il suo livello sia decisamente basso, io magari sto un po’ più in su ma non troppo) sul social network e si diventa Acapisti (laddove per me la definizione è la seguente: Gio Evan)?

E anche senza diventare Acapisti in toto, ci sono istanze acapiste in quello che scriviamo? Ci capita mai di udire la sirena della condivisione, del like facile, mentre scriviamo (o più facilmente, mentre correggiamo)?  Riusciamo a difenderci? Chi ci lega stretti stretti all’albero maestro per evitarci di venire divorati?

Certo, è una questione di autocontrollo (e di autostima), quella di esercitare consapevolmente la violenza artistica in vece che cedere alle lusinghe del “like emozionale”. Ma è giusto davvero che sia così? Non è forse questo il compito dei critici, quelli che dovrebbero dirmi: guarda, belle le tue cose eh, però sei piaciona che fai schifo quindi per me è no?

Non so, forse. Forse, lo chiedo a lei.

Poi: Lo Slam.

Come le dicevo, con lo Slam – così come con le performance – si crea un rapporto diretto col pubblico. Un rapporto che, è acuito da quel sistema di votazione che è però solo un escamotage, un meccanismo per far sentire il pubblico partecipe, per catturare l’attenzione in un mondo in cui tutto il resto è pensato e ideato e concepito per distrarre.  E – mi creda – funziona in modo sbalorditivo.

Dopo l’ultimo Slam a cui ho partecipato un ragazzo che non conosco e non rivedrò mai più, mi ha detto: la cosa che ho trovato più assurda di questa sera è che, per le prime tre poesie non si capiva molto, c’era confusione, la gente chiacchierava al bar. Poi, è come se si fosse spezzato qualcosa. Non volava più una mosca, erano tutti girati a guardarvi.

E quest’energia, si sente. Anzi, è più di sentire, è come una mano, mille mani che accarezzano i punti più nascosti delle vene, quelle dove non c’è amante, non c’è lingua che possa arrivare. Non nascondo, può diventare una droga. Può succedere di cadere nella trappola dell’approvazione, può accadere, l’ho visto accadere, che ci siano performer che fanno calcoli sociologici sugli astanti cercando la cosa più accattivante da fare.

E questo è sbagliato. Perché se si cerca il consenso si cerca l’approvazione, e l’approvazione non è amica dell’avanguardia, della sperimentazione, dell’innovazione nelle forme, nei linguaggi.

Si tratta – però – di una deriva, non certo della norma. La norma è che quel confronto, che lei cita tra le essenzialità del poeta, quel confronto gli slammer riescono ad averlo ogni volta che performano, sul palco e sotto il palco: è tutto un parlare di poesia e parole e gestualità. È essenziale, e opportuno, e – per usare un aggettivo un po’ abusato e adatto – bello.

Il pubblico: che cosa pensiamo del pubblico, del lettore, del ricevente l’opera poetica?

La performance, presuppone – in modo molto più vicino e viscerale rispetto al testo scritto – la presenza di un recipiente: l’audience, il pubblico, l’ascoltatore occasionale. Così come la poesia scritta può essere letta in modo più o meno consapevole, allo stesso modo funziona con la performance. L’orecchio dello spettatore percepisce “qualcosa”, e la quantità di quel qualcosa è differente da persona a persona, ed è frutto di tante considerazioni differenti, ma questo lei lo sa.

Io trovo sbagliato partire dal presupposto che per forza di cose chi incontra il favore del pubblico deve aver abbassato il livello al punto tale da piacergli. Non è vero. La gente non è scema solo perchè è gente.

È  sbagliato pensarlo, ed è triste e deprimente (e ci si perdono pure le elezioni).

Come trovo sbagliato prendere il favore del pubblico come metro di giudizio, unico ed insindacabile.

Possiamo ragionarne, possiamo discuterne, possiamo confrontarci su questo tema?

E sì, alcuni performer, alcuni partecipanti agli slam sono dilettanti. Io sono dilettante. I dilettanti ci sono in qualsiasi sistema, laddove qualcuno inizia e qualcuno finisce. Ma come sarebbe concettualmente sbagliato dire che la poesia performativa ha spazzato via e ucciso la poesia d’accademia (e – lo ripeto – SAREBBE SBAGLIATO dirlo e anche pensarlo), allo stesso modo lei può ben capire che tacciare una intera categoria – peraltro, sbagliando a tracciare i confini della stessa, come sopra evidenziato – di dilettantismo ed arroganza, beh, non è proprio un’offerta di dialogo, ecco.

I maestri, i miei maestri, ci sono.

Lei li legga, se le fa piacere. Li venga a vedere. Vedrà, si riconoscono alla prima sillaba.

Vedrà come sono riusciti, con la sola forza delle loro parole, del loro impegno, delle loro idee a costruire un mondo solido di divulgazione culturale.

Così come vedrà che si siedono a bere le birre con noi dilettanti, e ci tengono le braccia alzate per farci vedere come si fa, e a volte – persino – quando caschiamo ci prendono in spalla per un poco, almeno finché non siamo pronti a rimetterci in piedi. Che fanno esattamente quello che lei dice dovrebbe fare un poeta: quotidianamente si aggiornano, scrivono, si confrontano, sperimentano, creano, presentano, presenziano, insegnano. E noi li stiamo a guardare.

Vedrà: l’arroganza, se c’è, non vive certo ai Poetry Slam.

Non c’è niente di apodittico nel mondo, figuriamoci nel mondo dell’arte. E nessuno sta dicendo che gli autori di poesia performativa devono necessariamente diventare i suoi preferiti.

Però, sto dicendo, potremmo cominciare a partire dai testi. Dal rispetto reciproco. Dalla curiosità.

Ecco, dott. Ladolfi.

Io spero non si offenda per le mie parole, come io non mi sono offesa per le sue. Però può arrabbiarsi, e anche rattristarsi, se vuole. Ma magari poi, quando le passa, ne possiamo riparlare, mi creda, mi farebbe davvero piacere – per quanto indegna interlocutrice io possa sembrarle.

Però è sempre così che si esce dai sotterranei della linea Maginot: uno scalino alla volta.  

E magari, chissà, finiremo persino a ritirare su il Pont Neuf, pezzettino per pezzettino, non si preoccupi, le vengo incontro io, che è pure primavera, e niente è bello come chiacchierare passeggiando per le strade di Parigi, a primavera.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...