Tre api

– I –

In un giorno qualsiasi del perfido Aprile

i draghi incendiavano i campi di colza

io me ne stavo sdraiata a guardarla

come una benedizione che non mi riguarda.

.

Il cielo era un pianto ricamato

al tombolo, e neri gli insetti

gettavano intorno il rumore

assordante del nome di Dio,

io ero sul punto

di afferrare qualcosa

di scivoloso

di segreto

di vero

l’aria restava in immobile abbraccio,

ogni cosa portava l’odore del pane.

.

Allora le api hanno iniziato a parlare

chiedendo favori in lingue universali

temevano estinzioni a causa degli umani,

correvano ai ripari,

imploravano asilo

al mio occhio sinistro

.

ho solo lacrime, ho detto

basteranno, hanno detto.

.

Così ne ho accolte tre.

– II –

La prima ape era una bambina

che giocava a campana, da sola, in un cortile,

cercava azioni – tra le ferite nelle mani – ancora

nubili da conseguenze e devozioni,

armava i margini di tutte le sue cose

per allenarle alla distanza tra il destino e il coraggio,

si nascondeva agli angoli di ogni velleità,

sorrideva

spesso e col respiro stanco di chi ha corso fino

a spaccarsi il petto

non per scappare,

ma per disfarsi il cuore.

.

La seconda ape era un dolore antico

il lento invecchiare che accompagna la carne

a frollarsi, i giorni ad assomigliarsi gli uni agli altri

senza alcuna passione o attrattiva

tranne il miraggio delle ferie d’agosto,

il passo strascicato di un’anima

in cui hanno smesso di esplodere ginestre,

l’amore quando si scioglie in affetto e il pianto secco

delle sere in devozione alle decisioni codarde,

l’educazione quotidiana al disconoscersi e

l’abitudine a dimenticarsi di sè.

.

La terza ape era la regina,

una ruga infinita nelle pieghe del tempo,

era un miraggio più nero del Nulla,

il vuoto tragico di notti eterne e congelate,

lo spazio immobile in cui il suono non passa

il tempo non esiste, le stelle nascono e muoiono

di eternità in eternità, ad espandersi e contrarsi

fino all’attimo, l’unico che conta,

in cui è stata pronunciata la Parola

e tutto si è annottato

e tutto si è aggiornato

ed ogni cosa è venuta ad esistenza

e cesserà di esistere.

.

Così le api hanno abitato il mio occhio, ed il mio occhio

ha compreso l’infinito e proprio al centro

ho visto te, con le tue zanne bianche e

le vene di mercurio, nella notte che non finisce

ad aspettarmi

l’universo intorno

si stagliava

nudo e innegabile e puro

ed al tuo posto, nel mio posto,

io sono stata, per un’istante: completa.

– III –

Poi una signora alle poste ha urlato in modo penetrante,

mi è stato detto che questa roba delle api

era inquietante e brutta da vedere

ma soprattutto impressionava i bambini sul tram

quasi più della teoria gender.

.

Mi hanno condotto in un ospedale di provincia,

dove un dottore koreano dal nome cafonico

le ha rimosse con una specie di pennino,

le ha schiacciate una ad una con la punta delle dita

le ha gettate in un cestino.

.

Ed ho dovuto smettere di essere infinito,

son tornata a casa col tram senza

creare disagio a nessun bambino

ora ho più sonno, e non ho altro

da fare che aspettar Maggio

per ricordarmi, un’altra volta, d’esser sola.

.

Ma, se ci penso, alla fine non m’importa

ora ho capito.

Sono ancora in tempo,

ogni sogno è degno,

la fine, a ben guardare,

non è che un’opinione.

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