Un povero diavolo

Mi distraggo facilmente.

La periferia del mio sguardo si riempie di dettagli insignificanti e quindi importantissimi: la luce che cambia sul riflesso di una foglia; il mare che balugina dietro la curva della strada; una bambina che salta in una pozzanghera. Certamente c’è qualche articolo di Vice in grado di spiegare questa condizione e trarne vanto, “se ti distrai facilmente vuol dire che sei il più figo”, certamente c’è ma non mi è ancora capitato tra le mani. L’ultimo che ho letto, in realtà, descriveva la condizione di disagio psicologico di chi nasce in provincia, che è come un marchio di sfiga, una roba da cui non ti liberi mai più, nemmeno se vai a vivere a Milano e hai successo, uè, figa. Era un articolo molto brutto.

L’altro giorno guidavo in autostrada, in quel pezzo della A4 che è l’ultimo ad avere campagna intorno prima delle industrie e dei capannoni della Brianza, o almeno una parvenza di campagna: le colline erano colorate di quel verde lancinante che hanno le foglie d’aprile, come colate nella luce di fine sera, l’ora dorata – dicono si chiami – l’ora dorata si schiantava sulle colline presso una delle uscite dopo Brescia che nessuno ricorda in ordine, che nessuno sa perchè. C’era – sopra le colline – una nuvola a forma di coniglio che filtrava come il pianto di una di quelle divinità che abbiamo smesso di venerare, o meglio un sospiro.

Così mi sono fermata in una piazzola di sosta per osservare questi fenomeni senza distrarmi troppo dalla guida, proprio davanti ad una berlina nera marca BMW, nella quale un signore del tutto distinto si adoperava con una certa perizia a fare un pompino ad un uomo molto, molto grande.    

Sono scesa dalla macchina, ho appoggiato le braccia incrociate sul guard rail, ho acceso una sigaretta.

La nuvola a forma di coniglio aveva assunto tutt’altre sembianze, ma io sono quasi priva di capacità di astrazione, non so capire come sarà una stanza vuota una volta riempita di mobili, non so disegnare qualcosa che non ho davanti, non so trovare le forme alle cose. I nomi sì, ma quella è un’altra questione.

La nuvola di ex coniglio era un ammasso di panna e schiuma nel cielo incendiato di rosa, di una bellezza così inutile e abbagliante da ulcerare almeno gli strati superficiali dell’epidermide, ed io ho pensato con talmente tanta forza:

come vorrei che fossi qui

che questo pensiero, cadendomi fuori dal cuore, ha fatto rumore. Ha fatto il rumore di un tuono, o di qualcosa che si sgretola, o di uno specchio antico in una stanza vecchia e polverosa che – da solo – scivola sul pavimento e si frantuma.

Ma io sono abbastanza abituata alle mie sinestesie, e comunque i camion continuavano a passare senza sosta, come carrozzoni di desideri inconfessabili, dietro le mie spalle. Io non mi sono girata a guardarli, neanche una volta. Ho buttato la sigaretta, proprio mentre il signore distinto scendeva dalla macchina e si appoggiava al guard rail di fianco a me.

Ne ha una? mi chiede e io gliela porgo con un gesto fin troppo naturale, come fosse un amico.

Mi dice: è Orfeo, che perde Euridice di curiosità. E intende la nuvola, lo dice guardando la nuvola, indicandola con il dito ed io lo seguo come un pennarello, il suo dito disegna nella nuvola una storia antica di cui non avevo più memoria. Lo guardo, sorrido.

Poi noto le pupille verticali, come quelle di una capra, e capisco che è un povero diavolo. Gli dico: guardi, mi spiace ma io davvero detesto parlare coi diavoli, hanno sempre qualcosa da vendermi di cui non ho davvero bisogno e a me spiace rispondere male, come con la gente dei call center che ti chiama e ti rompe i coglioni e tu vuoi odiarli ma sai anche che stanno solo facendo il loro lavoro e che il problema non sono veramente loro ma il capitale.

Mi sorride anche lui, e si vede che è stanco. Dice, non si preoccupi, sono in pausa, poi sono appena arrivato dalla Russia, ormai ci stanno dispacciando tutti qui da voi, questioni di razionalizzazione delle risorse, hanno un sacco di lavoro ma si rifiutano di assumere, cosa vuole mai, comunque alla fine son contento, è quasi una promozione e poi mi piace molto di più qui.

Ah, beh, benvenuto allora; certo, qui c’è un tempo molto migliore, dico. Lui mi guarda come se fossi un curioso oggetto ornamentale appeso allo specchietto retrovisore e dice, principalmente è per il cibo, qui si mangia meglio. Ah, beh, certo e mi fa sentire un po’ sciocca, un po’ naif. Come non mi sento mai, ed è piacevole.

Così restiamo fermi, senza parlarci perché non abbiamo davvero niente da dirci. Stiamo fermi a guardare la luce colare via dalle colline, la nostra nuvola respirare. Lui ogni tanto alza il dito e ci disegna sopra nuove storie, me le mostra con la punta del suo dito e mi sorride sornione. Io batto le mani come una bambina.

Poi, quando già il crepuscolo era scemato nell’imbrunire, si gira, mi pianta le sue iridi gialle addosso ed è serio, all’improvviso dice: guardi, le è caduto un pensiero prima e so che non sono fatti miei, ma queste cose non dovrebbero succederle, queste cose se succedono non portano mai a niente di buono.

Io mi rendo conto di aver freddo, stringo forte il maglione intorno al seno, mi abbraccio, lo guardo con tutta l’onestà di cui sono capace, rispondo: lo so.

Lui annuisce, ha capito che mi porto addosso la saggezza antica dei neonati, che ho già vissuto tutte le mie morti e che tu non sei che un pretesto, sei soltanto l’ennesimo pretesto per non

sentirmi

abbastanza

mai.

Ha capito che – anche se non ora, anche se non con lui – sono una che scenderà a patti, prima o poi.

Mi saluta con un gesto quasi militare, lo vedo sparire tra le macerie della sera, tra lo stridore dei fanali.

Io mi accendo un’altra sigaretta con la prima stella della notte e ho la certezza che per salvarmi basta poco, basta tanto così.

Ho la certezza che – anche se oggi non ce l’ho fatta – domani ci riesco. Lo giuro.

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